Antimafia di parole opere e omissioni

Una guerra, quella contro le mafie. E come una guerra dovrebbe essere combattuta con i mezzi migliori. Ma a ben guardare ci sembra di riconoscere, nelle forze che la combattono, l’esercito che fu mandato in Russia durante la seconda guerra mondiale: con vestiti di cotone e scarpe di cartone a morire di gelo.

Eppure i risultanti sono tanti, ogni giorno arresti, confische. Tutto facile e senza intoppi. Ma c’è qualcosa che stona in tutto questo. Se da un lato si colpiscono i boss dall’altro si legifera perché essi possano tornare in possesso dei loro beni. Se da un lato si dichiara che le confische serviranno a far funzionare meglio la sicurezza pubblica (ultima la dichiarazione del ministro Maroni dopo gli 83 arresti a Bari), dall’altro è, per esempio, impossibile immatricolare le macchine dei mafiosi (troppo costosa la loro manutenzione!) per una svista.


Mentre il ministro Maroni dichiarava che le macchine confiscate potevano essere usate dalle forze dell’ordine non si era accorto che carabinieri e polizia (con circolari interne del 2008) avevano abbassato la soglia per la manutenzione e quindi adesso si possono immatricolare auto fino a 2000 di cilindrata (dalla 500 alla Punto per essere precisi) e quindi sono fuori le macchine più usate dai mafiosi come i Suv per esempio.
Dal 1982 ad oggi sono stati confiscati circa 8993 beni e 5407 di questi sono stati affidati a Comuni o associazioni per attività sociali che hanno inciso in territori degradati dalla presenza del crimine. Hanno permesso una scolarizzazione, un’assistenza sociale ma anche la creazione di impresa e il pensiero corre subito a Libera Terra e ai suoi prodotti come il vino “Centopassi” che,con il suo nome porta, su tutte le tavole, la storia di Peppino Impastato, morto perché non voleva chiudere gli occhi sulla mafia e i mafiosi.
Ora con l’approvazione in Senato, del provvedimento che prevede la possibilità di vendita del bene, in caso di mancata assegnazione, i circa 3213 beni non affidati potranno tornare, sotto altri nomi, ai vecchi proprietari.
Si potrà dire che si metteranno barriere, che ci sarà una sorveglianza scrupolosa sulle aste e su chi vi parteciperà.
Ma come è possibile individuare in un’asta una partecipazione illegale quando, spesso, anche di fronte ad evidenze eclatanti, si devono “dissequestrare” beni (ristoranti, alberghi…) perché non si riesce a risalire ai legami con le cosche?
Come è possibile essere certi che la giustizia funzioni quando, soprattutto al Sud, le Procure si stanno svuotando?
Infatti su 197 sedi 121 sono senza aspiranti (e quindi al collasso).
Come si può essere “sicuri” quando lo Stato ha tagliato i fondi alle forze dell’ordine a cui non vengono pagati gli straordinari o a cui viene rimproverato di “fare gli straordinari” (come accaduto in una piccola cittadina siciliana non più di due mesi fa).
Come si può essere sicuri in uno Stato che dice che i soldi contanti confiscati ai mafiosi finiscono nel Fondo Unico di Giustizia, presso Equitalia, che dovrebbe servire per supportare le attività di contrasto alle mafie ma di cui non si conosce l’esatta entità e soprattutto la banca dati, che dovrebbe registrarli,non è funzionante e la legge che ha istituito il fondo non prevede in quali capitoli di spesa dividerlo ma si parla genericamente di Interno e Giustizia e Spese sociali.
Soldi che se ridistribuiti potrebbero pagare gli straordinari a poliziotti e carabinieri e pagare il costo degli apparati di intercettazione di cui tanto si discute e il cui costo è tra le cause principali per la loro eliminazione. Tanto è imbarazzante questa situazione che alcuni deputati regionali del Pdl Sicilia hanno presentato alla Commissione antimafia regionale una proposta proprio per il riutilizzo di questi fondi chiedendo che vengano reinvestiti nelle stesse terre in proporzione al confiscato: cioè se Sicilia e Calabria sono le aree con più confische è lì che devono tornare i soldi. Farlo sarebbe semplice ed indolore per lo Stato anzi con tanti vantaggi e dimostrerebbe che la lotta alle mafie si vuole fare veramente. L’impressione è che si faccia “tanto rumore per nulla” .