Malitalia, viaggio tra l’Italia criminale assieme a chi ogni giorno la combatte

(di Rino Giacalone)

“Tutti i reati che oggi permettono alla mafia di sopravvivere, tessere la sua tela, inquinare il territorio e le sue attività, sono fuori dai “pacchetti sicurezza” di cui sentiamo ogni giorno parlare. La mafia trapanese vive di imprese e appalti, ancora oggi chi trucca un appalto, chi affida o gestisce un sub appalto continua a non rischiare nulla, se non una ammenda come condanna”.

Giuseppe Linares, vice questore, dirigente della Mobile di Trapani parlando in occasione della presentazione a Trapani del libro “Malitalia” di Laura Aprati ed Enrico Fierro (editore Rubbettino) non ha perso tempo ad andare al cuore del problema parlando di lotta a Cosa nostra.

“La mafia oggi non è più quella di un tempo fatta di coppole e lupare, oggi vive grazie ai colletti bianchi, ai professionisti, agli imprenditori, che non usano le armi che sparano, ma altre, quelle della corruzione per esempio, delle turbative, le false fatture per ottenere finanziamenti pubblici, ecco contro tutto questo le misure di prevenzione e repressione opposte rappresentano spesso delle armi che sparano a salve”.

L’intervento di Linares è stato in linea con quello che contiene il libro “Malitalia”, volume e documentario allegato su dvd, per andare oltre le apparenze, che lasciano fuori retorica e stereotipi. Parla della mafia che spara sempre meno e fa sempre più affari. “Malitalia” è la storia di un paese in guerra, anche se è una guerra di cui pochi hanno il coraggio di parlare. Il libro racconta ciò che accade in Sicilia, Calabria e Campania, una battaglia senza prospettive di tregua, nè probabilità di risolversi in pace se i cittadini non scopriranno il coraggio di indignarsi.

“La criminalita’ organizzata moderna – ha detto l’autrice Laura Aprati – regna sovrana nel mondo dell’economia, intrattiene relazioni intriganti e pericolose con banche e società finanzarie, controlla, condiziona e spesso conduce l’attività politica. Seguendo il percorso di cui già parlava Leonardo Sciascia nel “Giorno della Civetta”, il raggio d’azione della mafia è risalito fino al nord, dove ha insediato il proprio potere, mentre nelle terre del Sud il conflitto prosegue, inarrestabile e feroce, tra i mafiosi e coloro che, con la forza delle proprie idee, si oppongono ad essi”.

Enrico Fierro e Laura Aprati col loro libro hanno fatto un viaggio in quelle Regioni in cui vivere è una lotta, incontrandone i protagonisti: in Sicilia a Trapani hanno incontrato un imprenditore arrestato per mafia e oggi dichiarante, Nino Birrittella, ha ammesso di essere stato mafioso, rompendo ogni schema ha detto di non volere più essere un mafioso.

“E paradossalmente – ha detto Linares – lui è diventato l’untore, una persona della quale diffidare, e invece ci ha consegnato a noi che indaghiamo e ad una società che dovrebbe cercare la strada della libertà dalle mafie quello spaccato dove resiste quella minoranza di trapanesi che vogliono stare dalla parte della mafia”, “quella minoranza che spesso riesce a governare” gli ha fatto eco anche Margherita Asta coordinatrice di Libera che ha anche aggiunto come non garantire servizi efficienti alla città “come accade”, significa ostacolare la legalità. Sono tanti – ha continuato Margherita Asta – i politici che spesso parlano come parlano i mafiosi, diffondono gli stessi concetti”. “La realtà di ogni giorno – ha ripreso Linares – ci consegna come l’imprenditore mafioso in carcere o libero dopo avere scontato la pena continua a vivere del rispetto altrui, nessuna banca si sogna mai di revocargli i fidi, cosa che invece è accaduta a quegli imprenditori che hanno collaborato e reso dichiarazioni, loro hanno conosciuto isolamento, al contrario di quanto succedeva prima”.

Trapani è una città che continua ad interrogarsi in modo inquietante e bugiardo su chi sta sul fronte dell’antimafia, descrivendo scenari inesistenti. Esempi? La relazione del difensore civico, ex giudice Pino Alcamo, anno 2007. ”Da qualche tempo, ormai, di MAFIA si parla ovunque, in ogni occasione e in qualsiasi contesto. Ogni ente pubblico, ogni istituto scolastico, ogni associazione culturale o di categoria, organizza MANIFESTAZIONI e CONVEGNI o DIBATTITI sul fenomeno mafioso. Costituisce una nuova MODA. Il fatto va considerato, indubbiamente, positivo e bisogna sperare che tale tendenza, come tutte le mode, non muti facilmente. Come in ogni settore o spaccato della vita, esistono gli SPECULATORI, ossia coloro che fanno professione di ANTIMAFIA per fini personalistici, magari per cancellare un passato familiare infamante, ovvero per coprire un presente insignificante e, a volte, abominevole. Potrebbe capitare, anche, il SEDICENTE-GIORNALISTA, privo di vocabolario, di grammatica e di sintassi, di strumenti culturali, che, aderendo ad associazioni che operano meritevolmente contro il FENOMENO MAFIOSO ovvero contro quello del RACKET (c.d. PIZZO), spera di acquisire meriti professionali, senza comprendere che il VUOTO CULTURALE e la mancanza di BASE DIDATTICA ed EDUCATIVA resteranno incolmabili. Acquisisce, invece, la presunzione e l’erronea convinzione, avvalendosi della pretesa forza e presunta copertura del vincolo associativo, di poter impunemente DIFFAMARE o SCHIZZARE di fango chi rifiuta il PRESENZIALISMO ad ogni costo, il PROTAGONISMO e la ricerca di VISIBILITA’, proseguendo nel proprio lavoro in silenzio e con dignità. Leonardo SCIASCIA, profondo conoscitore di usi, costumi e subcultura della terra di Sicilia, che ha insegnato con le sue pubblicazioni la realtà del fenomeno mafioso a tutti, intellettuali, politici, operatori culturali, polizia, magistratura, ha previsto, con intelligente lungimiranza, la DEVIANZA dei “professionisti dell’antimafia”(vedi: articolo sul Corriere della Sera del Gennaio 1986, poi riportato sul volume “A futura memoria”). Sciascia, come è noto, ha usato l’espressione con riferimento a circostanze particolari. Prima di morire, lo scrittore confidò ad un amico: “Vorrei essere ricordato non per i libri che ho scritto, ma per le POLEMICHE suscitate dal mio articolo sui professionisti dell’antimafia”.- (vedi “Giornale di Sicilia” del mese di Novembre 2007).”.

E’ palese dimostrazione come non resti dalle nostre parti cosa comoda parlare male dei mafiosi (basta pensare che il processo al capo mandamento “don” Ciccio Pace, condannato poi a 20 anni, si svolse in un’aula di Tribunale senza una sola parte civile costituita, e la cosa non è accaduta tanti anni addietro ma appena l’altro ieri), si preferisce generalizzare guardando da altra parte, eppure si potrebbero citare casi specifici e precisi di come la mafia, a Trapani, assieme a massoneria, poteri occulti e deviati, alla politica e alla burocrazia, ha condizionato il vivere civile di questa città. Qui dove non esistono professionisti dell’antimafia ma tanti bravi professionisti del malaffare o dell’arte del “mascariare”.

“Un libro – ha detto il questore di Trapani Giuseppe Gualtieri (il poliziotto che guidando la pattuglia di agenti che nel 2006 arrestò il super latitante Bernardo Provenzano dimostrando che i ricercati possono essere presi senza fare trattative e papelli) tornando al testo di Malitalia – che mette a confronto le mafie del sud, Cosa nostra, la ‘ndrangheta calabrese e la Camorra dei casalesi. Io – ha proseguito Gualtieri – ho fatto lo stesso viaggio da investigatore, poliziotto, a Trapani debbo dire che ho conosciuto il volto pulito di giovani poliziotti come “Giuseppe e Fabrizio” e anche una società dove la mafia è diventata sistema, ho conosciuto agenti che ogni giorno cercano di combattere l’ingiustizia con la cultura”. E intellettuali magari che usano la cultura in senso opposto, combattendo la giustizia.