Brogli nell’inchiesta. Entra il nome di Dell’Utri. Sarebbe lui il senatore siciliano evocato nelle intercettazioni

(Tratto da L’Unità –  12 aprile 2008 – pubblicato nell’edizione Nazionale, Sezione “Politica”)

Un nome che si rincorre nei palazzi della politica in modo ossessivo, è quello di Marcello Dell’Utri. È lui il personaggio politico che parla con il faccendiere italo-venezuelano Aldo Micciché, l’uomo che trattava con la ‘ndrangheta soldi e favori in cambio di decine di migliaia di voti per il Pdl di Berlusconi, Fini e Bossi. In serata la sorpresa: è proprio Dell’Utri a rivelare che è lui l’importante politico siciliano di cui si parla nell’inchiesta. «Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia», dice il senatore bibliofilo. Dell’inchiesta «ho letto sui giornali e non conosco personalmente Aldo Micciché, ma l’ho sentito per telefono e l’ho messo in contatto con Barbara Contini perché lui si è offerto di occuparsi degli italiani all’estero».
Il nome di Dell’Utri compare più volte nelle carte dell’inchiesta della Direzione antimafia di Reggio Calabria, anche se il senatore non risulta iscritto nel registro degli indagati. Ed è vero che Micciché, una vita passata tra la Calabria e Roma, prima di stabilirsi definitivamente in Venezuela, il 26 marzo partecipò alla presentazione dei candati del Pdl a Caracas presso il Civ, Centro italo-venezuelano. C’era Barbara Contini, l’ex governatrice di Nassiriya, e i candidati berlusconiani della circoscrizione sudamericana. «I candidati – disse la Contini alla fine del suo intervento – sono persone perbene, rispecchiano la comunità italiana in America Latina, e non vanno a comprare voti come fanno tanti altri». Intanto Micciché, anche in quella occasione pubblica, era «monitorato» dagli agenti dell’antidroga e il suo nome ricorreva spesso nelle intercettazioni dell’antimafia di Reggio che indagava sulla cosca Piromalli e sul riciclaggio. Ma torniamo a Dell’Utri. Infuriato. «Ma stiamo scherzando? Qui si danno i numeri! Se vogliono sollevare un polverone elettorale io certo non lo posso impedire», dice all’Ansa.

Dopo lo sfogo, l’ammissione: «Conoscevo Micciché, ero da qualche mese in contatto con lui per ragioni di energia. Lui in Venezuela si occupa di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite». Infine, Dell’Utri chiarisce come Micciché si sia occupato del voto all’estero per il Pdl: «Lo misi in contatto con la Contini. Poi il discorso si è chiuso. Non vedo dove sia la materia del contendere». La vediamo noi la «materia del contendere», ed è tutta nel curriculum del calabrese di Maropati Aldo Micciché. Negli anni Ottanta, rivela Maurizio Abatino, alias «Crispino», un pentito della Banda della Magliana, si presentava come onorevole in grado di «aggiustare» processi. «Ma si rivelò un truffatore che si è preso pure 25 milioni». Nel 1990 viene arrestato a Torino per reati fallimentari. È stato segretario della Dc a Reggio Calabria, poi consigliere provinciale a Roma, direttore ed editore di quotidiani («Eco del Sud» e «Italia Sera»), accusato per tangenti riscosse sui prefabbricati da destinare ai terremotati dell’Irpinia.

Insomma: questo era l’uomo col quale il senatore dell’Utri intratteneva cordiali rapporti telefonici, trattava forniture energetiche con fantomatici russi e gli affidava finanche il voto degli italiani all’estero. Ma veniamo all’inchiesta di Reggio curata dal dottor Roberto Di Palma. Che inizia indagando su una sorta di finanziaria ombra che in Venezuela è addetta al riciclaggio dei soldi sporchi, prima dei Caruana, una cosca siciliana impegnata nel traffico internazionale di droga, poi della ‘ndrangheta. Micciché ha sempre avuto buoni rapporti con il clan Piromalli di Gioia Tauro e non fa fatica a riconvertirsi. Quando il governo Prodi entra in crisi e si sciolgono le Camere, gli investigatori captano una telefonata nella quale si parla di politica. «Ora – dice un picciotto – vedrai che i nostri amici si faranno sentire».

E gli amici non tardano. Qualcuno chiede a Micciché di scendere in campo. Si tratta di convincere i Piromalli a spostare voti, soprattutto in Calabria. Ne occorrono 50mila alla Camera e al Senato, quelli sufficienti a determinare la vittoria a favore del Pdl. Ma i calabresi non si fidano e i Piromalli sono scettici, ricordano le promesse non mantenute fatte ai mafiosi siciliani. Ci sono finanche riunioni, intercettate in varie carceri italiane, fra uomini di ‘ndrangheta detenuti al 41 bis. I boss vogliono garanzie sui processi e sul carcere duro. Insomma che si scriva un nuovo «papello», come ai tempi di Totò Riina. Gli emissari politici, è questa la condizione posta dai boss, non devono imbrogliare, perché «i calabresi 50mila voti li raccolgono in un paio d’ore, che la gente passa dai Piromalli a prendere ordini prima di andare al seggio a votare». A Micciché, secondo le indiscrezioni trapelate, il compito di occuparsi del voto all’estero. I calabresi pretendono garanzie e segnali.

Li avranno? Non si sa, quello che è certo è che prima Dell’Utri e poi Berlusconi, a freddo, tra l’8 e il 10 aprile definiscono Vittorio Mangano, lo stalliere mafioso di Arcore, «un eroe». Poi l’uomo che aspira a diventare presidente del Consiglio si lancia nel famoso attacco ai pubblici ministeri da sottoporre a perizie psichiatriche. Certamente sono semplici coincidenze. Intanto l’inchiesta di Reggio Calabria va avanti.