Un po’ di ipocrisia

(Tratto da La Stampa – di Massimo Gramellini)

Montanelli raccontava che suo nonno, marito e padre esemplare, una volta al mese prendeva il calesse per andare alla «fiera di Lucca». Tutto il parentado, moglie compresa, sapeva che a Lucca il nonno si recava a trovare l’amante. Ma le regole della società borghese obbligavano il fedifrago a mettere una distanza anche fisica fra il tempio della rispettabilità e il luogo del peccato.

Oggi un simile scenario sarebbe doppiamente impensabile. Intanto perché la moglie lo farebbe nero, oppure si farebbe un amante a Lucca pure lei. E poi l’amante fisso, e di sesso completamente diverso dal proprio, sta diventando una banalità. Chiunque si aggiri per i palazzi romani, battuti in questi giorni da un forte vento di pettegolezzi ormonali, viene relazionato su ogni genere di intrecci plausibili: il ministro e il ragazzino, l’onorevole e il viado, il presidente e la escort. Ormai il fotografo che sorprendesse un uomo politico a letto con una donna si rifiuterebbe di sprecare il rullino.

Certo, quel che stupisce nel comportamento dei nostri notabili smutandati è la totale mancanza di precauzioni. Ricevere prostitute in casa o adescare trans per la strada con l’auto di servizio tradisce un senso strafottente di onnipotenza, ma anche un’ingenuità venata d’autolesionismo: alla lunga, ma anche alla breve, come puoi pensare di farla franca? Avendone i mezzi, e loro li hanno, non farebbero meglio a prendere il calesse, cioè un aereo, e andare alla «fiera di Lucca», mettendo qualche migliaio di chilometri fra i propri vizi e gli sguardi di chi è interessato a scoprirli?