Cacciatori di Calabria

«Quando ho deciso di passare nei Cacciatori ne ho parlato con mia moglie. Una notte intera di lacrime, promesse, speranze. Sapevo che le davo un dolore, ma dovevo farlo. Non finirò mai di avere rimorsi per il tempo che ho rubato a lei e ai bambini».

Alla fine– dice Domenico – ti abitui. Tutto diventa normale. Il ritorno in Calabria è stato uno choc. Per gli altri non sei più il ragazzo che anni prima era partito al Nord a cercare lavoro. Sei uno sbirro, e senza virgolette. Sbirro e cornuto. Un traditore. Gli amici, quelli del paese, con i quali sei cresciuto, hai giocato, sei andato a scuola, ti sei emozionato per una donna per la prima volta, ti evitano. Il senso di estraneità lo avverti anche quando porti i figli a scuola, perché anche i bambini sono i figli dello sbirro. Certo, siamo dei professionisti,

ci hanno anche insegnato a dominare i sentimenti. Ma quando ti scontri con la tua realtà è dura. Sei nel posto dove sei cresciuto, riconosci i luoghi finanche per gli odori, interpreti i linguaggi per il detto e il non detto, ma sei un estraneo. Uno che a un certo punto della sua vita si è trovato di fronte a un bivio. A volte penso che potevo essere io dall’altra parte, quella sbagliata. Sono fortunato, mi sono salvato dalla Calabria peggiore». (Domenica, carabiniere “Cacciatori di Calabria”)

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